Il 25 Novembre è una data che divide il Portogallo

0
Il 25 Novembre è una data che divide il Portogallo

Il 25 novembre 1975 è una di quelle date che in Portogallo non si possono pronunciare senza evocare tensioni, ricordi contrastanti e una certa dose di emozione. È il giorno in cui si decise, nel giro di poche ore, quale direzione avrebbe preso il Paese dopo la Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974.

Da più di un anno il Portogallo viveva immerso nel PREC – Processo Rivoluzionario in Corso: un periodo vibrante, caotico, pieno di speranze ma anche di paure. Era la fase in cui tutto sembrava possibile. Le fabbriche venivano occupate, i contadini prendevano in mano le terre, i partiti politici sbocciavano come funghi. L’intero Paese stava sperimentando sulla propria pelle cosa significasse reinventarsi dopo quasi mezzo secolo di dittatura.

Ma quella spinta rivoluzionaria non era uniforme. Esisteva una frattura profonda: da un lato, chi immaginava un Portogallo socialista radicale, vicino ai modelli dell’Est; dall’altro, chi difendeva un percorso democratico più moderato, pluralista, legato all’Europa occidentale.


Questa tensione esplose proprio il 25 novembre.

In quella giornata un gruppo di militari legati alla fazione più rivoluzionaria tentò di prendere il controllo di punti strategici del Paese. L’operazione fu però bloccata da altre unità dell’esercito, guidate da elementi più moderati. Nel giro di poche ore, quello che poteva degenerare in una guerra civile si risolse in una resa quasi senza spargimenti di sangue.

Quando calò la sera, una cosa era chiara: il PREC era finito. Il Portogallo aveva scelto — o forse subito — una direzione definitiva. Da lì in poi iniziò la costruzione stabile della democrazia parlamentare che conosciamo oggi.

Ed è proprio per questo che il 25 novembre rimane un evento ancora molto controverso.
Per alcuni è il giorno in cui il Paese evitò il caos e salvò la democrazia nascente.
Per altri, fu invece una “controrivoluzione”, un freno brusco che mise fine a un’esperienza di trasformazione profonda e popolare.

Ancora oggi, quasi cinquant’anni dopo, basta nominarlo per vedere come quella data continui a dividere memorie, sensibilità e interpretazioni. È il simbolo di un momento in cui il Portogallo, in un solo giorno, decise il suo futuro.

Dal 25 Aprile al PREC

Il 25 aprile 1974 mise fine a quasi cinquant’anni di dittatura e aprì un periodo nuovo e imprevedibile: il PREC, il Processo Rivoluzionario in Corso. Il Portogallo scopriva la libertà e allo stesso tempo cercava di capire che tipo di Paese volesse diventare. Partiti, sindacati, movimenti sociali: tutto si muoveva a una velocità vertiginosa, mentre la giovane democrazia cercava un equilibrio che sembrava sempre sfuggire.

LEGGI ANCHE  Una delle più grandi pepite d'oro del mondo si trova in un museo di Lisbona

In questo contesto esisteva una tensione costante all’interno del Movimento delle Forze Armate. Da un lato i militari più moderati, che immaginavano una democrazia pluralista sul modello dell’Europa occidentale; dall’altro l’ala della sinistra radicale, convinta che la rivoluzione dovesse andare più lontano, fino a trasformare il Portogallo in un Paese socialista. Questa divisione attraversava caserme, reparti e persino il governo provvisorio, creando una frattura che col tempo divenne esplosiva.


Il Verão Quente e la spirale di tensione

Il Verão Quente, l’Estate Calda del 1975, fu il punto in cui tutto sembrò sul punto di esplodere. Fabbriche occupate, contadini nelle ex grandi tenute, nazionalizzazioni, scioperi, giornali schierati: il Paese era un vulcano politico e sociale. A complicare ulteriormente la situazione c’erano anche movimenti estremisti di destra come MDLP ed ELP, responsabili di attentati e azioni clandestine che alimentavano un clima di paura e sospetto.

Il risultato era un Paese in bilico, dove la linea che separava la rivoluzione dal caos diventava ogni giorno più sottile.


Le scintille che portarono al 25 Novembre

La crisi esplose davvero a novembre. Tra il 12 e il 14 novembre, manifestazioni sindacali particolarmente radicali arrivarono ad assediare il Parlamento, mostrando in modo drammatico la debolezza dello Stato. Il VI Governo provvisorio, già fragile, si paralizzò completamente, incapace di governare tra pressioni militari e agitazione sociale.
Il 20 novembre venne perfino sospeso: un gesto che rivelava fino a che punto il sistema fosse ormai fuori controllo.

Nelle Forças Armadas la tensione aveva raggiunto un livello critico: reparti che non si fidavano più gli uni degli altri, ufficiali che parlavano apertamente di tradimenti, voci di insurrezioni imminenti. Tutti sapevano che bastava una scintilla per far precipitare il Paese verso lo scontro.

Quella scintilla sarebbe arrivata pochi giorni dopo, il 25 novembre 1975.

Il 25 Novembre: il giorno della crisi

L’alba del 25

La giornata del 25 novembre 1975 si apre con una decisione che scuoterà l’intero Paese. Il Consiglio della Rivoluzione ordina la sostituzione di Otelo Saraiva de Carvalho — figura centrale della sinistra rivoluzionaria — con Vasco Lourenço al comando della Regione Militare di Lisbona.
È una mossa che molti interpretano come un tentativo dei moderati di riprendere il controllo.

LEGGI ANCHE  Che cos'é il Sistema Onomastico Romano?

La reazione è immediata. I paraquedistas, fedeli a Otelo, occupano basi aeree e punti strategici, cercando di impedire qualsiasi manovra contro di loro. A sostenerli arrivano reparti come il RALIS e l’EPAM, nuclei legati all’ala più radicale del MFA. In poche ore, Lisbona si ritrova in un clima sospeso, con il rischio concreto di uno scontro armato.


Il piano dei moderati

Mentre la città si paralizza, il fronte moderato organizza la risposta. Il Grupo dos Nove, la corrente interna più vicina alla democrazia parlamentare, si riunisce a Belém.
Qui assume un ruolo decisivo il Presidente Costa Gomes, l’unica figura in grado di mantenere un minimo di equilibrio istituzionale tra le fazioni.

È in quelle ore che viene preparato un piano militare di contenimento: rapido, preciso, capace di ristabilire l’ordine senza trascinare il Paese in una guerra civile.


La risposta militare

Quando scatta l’ordine, l’intervento è affidato ai Comandos, guidati dal carismatico e temuto Jaime Neves. Sono loro a muoversi per primi: riconquistano basi aeree, assumono il controllo dei media e isolano i nuclei insurrezionali.
A Lisbona viene dichiarato lo stato di sítio, lo stato d’assedio: è un segnale inequivocabile che la crisi è al suo apice.

Nel giro di poche ore il fronte rivoluzionario si sfalda. Alcune unità si arrendono, altre tentennano, altre ancora si ritirano senza combattere. L’inerzia si sposta rapidamente verso i moderati.


26–28 Novembre: la fine della crisi

Nei giorni successivi, la situazione si chiarisce definitivamente. Il COPCON, la struttura di sicurezza interna diretta da Otelo, viene sciolta. I principali comandanti coinvolti nella rivolta vengono arrestati.
I quartieri ancora controllati dalla sinistra radicale — come quelli della Polícia Militar, del COPCON e del RALIS — vengono occupati uno a uno.

Il 28 novembre, con la ritrovata calma, il VI Governo provvisorio rientra in funzione. Il Paese evita una guerra civile e si incammina verso una nuova fase politica.


Conseguenze e significato storico

Il 25 Novembre non è solo la fine di una crisi militare: è la fine del PREC.
Con esso si chiude definitivamente la stagione rivoluzionaria iniziata il 25 aprile 1974. I moderati vincono la battaglia interna e la gerarchia militare tradizionale viene gradualmente ripristinata.

Da quel momento il Portogallo avanza verso una democrazia stabile, parlamentare, centrista, libera sia dal rischio di un ritorno autoritario sia dall’ipotesi — reale fino ad allora — di un regime di ispirazione marxista.

Per molti, il 25 novembre è il momento in cui viene salvato il percorso democratico. Per altri, è la sconfitta delle speranze più radicali nate con la rivoluzione.


Un episodio ancora controverso

A distanza di quasi cinquant’anni, il 25 novembre continua a dividere storici, politici e opinione pubblica.
Le ragioni sono molte:

  • C’è chi lo vede come un tentativo di golpe da parte della sinistra radicale.
  • C’è chi sostiene che sia stata una reazione calcolata, forse persino “provocata”, dai moderati per porre fine al PREC.
  • I ruoli di Otelo, del PCP e dello stesso Presidente Costa Gomes restano sfumati, pieni di zone grigie.
  • Mancano documenti definitivi che chiariscano ogni responsabilità.
LEGGI ANCHE  Bordalo II ha trasformato Cais do Sodré in un Monopoly

Per questo le interpretazioni restano aperte, spesso opposte.
Il 25 novembre è una data chiave, ma anche una ferita mai del tutto rimarginata nella memoria collettiva portoghese.

Come viene ricordato oggi in Portogallo

Il 25 novembre continua a essere una data che risuona nel dibattito pubblico portoghese, anche a quasi mezzo secolo di distanza. Non è una ricorrenza neutra, né una pagina storica chiusa: è un momento che ancora oggi parla di identità, di memoria e di come il Paese interpreta la propria democrazia.

Cerimonie ufficiali

Ogni anno, il 25 novembre viene segnato da cerimonie ufficiali organizzate soprattutto in ambito militare e istituzionale. A Lisbona si svolgono commemorazioni con la presenza di ufficiali delle Forças Armadas, figure politiche, storici e rappresentanti dello Stato.
Non hanno il tono festoso del 25 aprile, ma piuttosto quello di una ricorrenza solenne: un momento per ricordare la crisi, il rischio di scontro fratricida e il ritorno all’ordine democratico.

Molto spesso i discorsi puntano sugli stessi temi: la difesa della legalità costituzionale, la fine del PREC e l’importanza della stabilità ottenuta grazie agli eventi di quel giorno.


Rilevanza politica attuale

La memoria del 25 novembre è ancora fortemente politica.
La destra e il centro lo celebrano come il giorno in cui il Portogallo consolidò la democrazia e scongiurò la deriva rivoluzionaria. Per questi settori, è un simbolo della scelta definitiva a favore della libertà politica, del pluralismo e dell’integrazione europea.

La sinistra, invece, mantiene spesso un atteggiamento più critico.
Per alcuni partiti e movimenti progressisti, il 25 novembre rappresenta la fine brusca di una fase di partecipazione popolare senza precedenti. Viene letto come l’interruzione forzata delle riforme più radicali, e in certi casi come una “normalizzazione” imposta dalle élite moderate.

Questa polarizzazione fa sì che la data rimanga ancora oggi uno specchio delle divisioni storiche nate durante il PREC.


Una data identitaria nel percorso democratico

Nonostante le letture divergenti, il 25 novembre è considerato da molti una data identitaria del processo democratico portoghese. È il momento in cui il Paese vide chiaramente quanto fragile fosse il cammino iniziato il 25 aprile e quanto fosse necessario definire un quadro stabile per far crescere la democrazia.

Per alcuni, rappresenta la scelta definitiva del Portogallo verso un sistema parlamentare moderato; per altri, è la fine di un sogno rivoluzionario.


In entrambi i casi, però, resta un passaggio decisivo per capire la storia recente del Paese: un giorno che continua a porre domande, dividere memorie e alimentare discussioni.

Author

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *