Il microstato indipendente tra Spagna e Portogallo
Per sette secoli, in un angolo remoto tra Portogallo e Spagna, è sopravvissuto uno dei più affascinanti enigmi politici d’Europa: il Couto Misto, tre minuscoli villaggi persi nella nebbia della montagna ma liberi come nessun altro. Un territorio così marginale da sembrare insignificante sulla mappa, eppure così unico da ottenere un’autonomia che né Lisbona né Madrid riuscirono a cancellare fino al 1864.
Un microstato non riconosciuto, nato da un medioevo confuso e durato incredibilmente a lungo.
Il Couto Misto si trovava nella Valle de Salas, nella provincia di Ourense, in Galizia, con un piccolo lembo che toccava l’attuale comune portoghese di Montalegre. I suoi tre villaggi—Santiago de Rubiás, Rubiás e Meaus—non erano strategici, non controllavano vie commerciali, non ospitavano castelli difendibili. Ed è proprio questo uno dei segreti della loro longevità: nessuno li considerava abbastanza importanti da prendersi la briga di domarli.

Le origini, come sempre quando si parla di medioevo rurale, sono avvolte nel mistero. La parola couto indicava in Portogallo e in Galizia un territorio esentato da determinate imposte o giurisdizioni, spesso concesso a ordini religiosi o signori locali. Misto, invece, suggerisce una giurisdizione ibrida, né completamente portoghese né totalmente castigliana.
Una configurazione così strana da sembrare inventata: e infatti lo stesso Medioevo fornisce più ipotesi che certezze.
C’è chi sostiene che il Couto Misto sia nato da antichi coutos feudali, concessi per favorire popolazioni di frontiera difficili da amministrare. Altri storici lo collegano ai doppi legami con due grandi signorie: la Casa di Braganza sul lato portoghese e il marchesato di Monterrei su quello castigliano. Entrambi avrebbero esercitato un’autorità vaga, sovrapposta, senza mai definirla fino in fondo.
Poi c’è la leggenda, sempre pronta a inserirsi dove mancano i documenti: quella di Ilduara Eriz, nobile medievale e madre del futuro San Rudesindo, che avrebbe concesso particolari privilegi agli abitanti per ragioni oggi impossibili da ricostruire. È una storia pittoresca, ma affascinante quanto basta per essere ripetuta nei villaggi del Couto fino a tempi recenti.
Le prime attestazioni certe risalgono comunque al XIV secolo e sono legate al vicino castello di Piconha, zona allora molto contesa. Ma, paradossalmente, proprio l’incertezza dei confini e la mancanza di interesse da parte delle corone iberiche trasformarono quei tre villaggi in un laboratorio unico di autonomia: niente leva obbligatoria, niente tasse pesanti, diritto di asilo per i fuggitivi e perfino la libertà di scegliere a quale regno rivolgersi per alcune questioni civili.
Sette secoli di vita sospesa tra due mondi, finiti solo nel 1864, quando il Trattato di Lisbona pose fine all’ambiguità e divise definitivamente il territorio. Troppo tardi per molte cose, ma abbastanza presto da farci perdere uno dei capitoli più curiosi della storia europea.
Come funzionava il Couto Misto
Se l’esistenza stessa del Couto Misto era un enigma, il suo funzionamento sembrava uscito da un manuale di politica sperimentale ante-litteram. A guidare i tre villaggi non c’era un signore feudale né un rappresentante di qualche corona, ma una sorta di piccola repubblica democratica. Il potere era affidato a un Juiz, eletto dagli abitanti, affiancato dagli Homens de Acordo, figure che oggi definiremmo quasi “consiglieri”. In un Medioevo dominato da monarchie assolute e feudi ereditari, il fatto che un pugno di contadini di montagna eleggesse il proprio governo è semplicemente straordinario.
Tutto ciò che contava veniva custodito in un baule: la celebre arca delle tre chiavi, che poteva essere aperta solo quando il Juiz e i rappresentanti dei tre villaggi erano presenti insieme. Dentro si conservavano privilegi, mappe, concessioni e accordi: era l’archivio e, in un certo senso, la costituzione del Couto.
Gli abitanti godevano di una serie di privilegi quasi irreali per l’epoca. Non pagavano tasse a nessuno e non erano obbligati al servizio militare. Potevano possedere armi senza restrizioni e, soprattutto, godevano di un diritto d’asilo talmente forte che né soldati portoghesi né truppe spagnole potevano entrare nel territorio del Couto senza permesso.
Il confine era talmente permeabile da rendere impossibile qualunque controllo: chi viveva lì commerciava liberamente su entrambi i lati, partecipava a fiere e mercati senza dogane e percorreva il celebre Caminho Privilegiado, sei chilometri di strada sacra dove nessuno poteva essere fermato, perquisito o arrestato.
Perfino la nazionalità era un concetto negoziabile. Al matrimonio, gli abitanti potevano scegliere se considerarsi portoghesi o spagnoli e lo comunicavano con un gesto semplice e simbolico: un segno sulla porta di casa, una “P” o una “G”, quasi un atto identitario prima che amministrativo. A suggellare la scelta, un rito affascinante: il brindisi al re preferito — quello del Portogallo o quello di Spagna. Bastava alzare il bicchiere perché l’appartenenza fosse, almeno per il Couto, ufficiale.
Ma un sistema così particolare poteva sopravvivere solo finché non interessava davvero a nessuno. Nell’Ottocento, con la spinta europea a definire con precisione i confini degli Stati nazionali, quelle ambiguità secolari divennero improvvisamente un problema. Il Couto Misto, ormai povero, isolato e privo della sua antica utilità economica, non era più un’anomalia da tollerare ma un fastidio da risolvere.
Così, nel Trattato di Lisbona del 1864, Portogallo e Spagna decisero di farla finita: i tre villaggi vennero assegnati alla Spagna, mentre la piccola striscia disabitata che toccava Montalegre fu incorporata dal Portogallo. Curiosamente, il trattato risolse l’enigma del Couto Misto ma non quello di Olivenza, lasciata in sospeso e ancora oggi oggetto di tensioni diplomatiche.
Il microstato scomparve così, senza guerre né resistenze, come era vissuto: in silenzio, ai margini di tutto. Ma la sua storia rimane una delle più incredibili d’Europa.
Dopo il 1868: cosa resta oggi del Couto Misto
Quando il Couto Misto venne smembrato, molti pensarono che la sua storia sarebbe finita lì, inghiottita dai documenti dei ministeri e dalle nuove mappe tracciate con righello. Invece, a più di un secolo e mezzo dalla sua scomparsa, l’antico microstato continua a esistere nella memoria collettiva, nei riti recuperati e perfino nella gestione concreta del territorio. In Galizia e in Portogallo, il nome “Couto Misto” è diventato un simbolo di autonomia, un piccolo mito di frontiera che non vuole scomparire.
A Santiago de Rubiás, una statua del giudice Delfim Brandão — uno degli ultimi Juízes storici — ricorda l’antica istituzione. È parte di un movimento più ampio che negli ultimi decenni ha riportato alla luce tradizioni e storie dimenticate. Associazioni come gli Amigos do Couto Mixto hanno recuperato i rituali della piccola repubblica, riproponendo ogni anno l’elezione simbolica degli Homens de Acordo e di un Juiz Honorário, incarico cerimoniale ma significativo, che celebra la continuità di un’identità sopravvissuta per secoli.
La presenza del Couto non è però solo simbolica. Nel 1976 furono istituiti tre fondi comuni per amministrare collettivamente i terreni ereditati dalle antiche comunità: ettari di pascoli e boschi che rappresentano ancora oggi una risorsa economica per gli abitanti dei tre villaggi. Proprio questi terreni sono stati al centro di controversie moderne, come il caso del parco eolico costruito nella zona: un progetto che ha sollevato discussioni sulla giurisdizione e sulla legittimità degli accordi, fino a un risarcimento destinato alla comunità, a dimostrazione del fatto che il Couto Misto continua, in qualche modo, a farsi sentire.
Anche sul piano politico la sua eredità non è stata dimenticata. Nei parlamenti galiziano, spagnolo ed europeo sono state avanzate proposte per riconoscere agli abitanti del Couto la doppia cittadinanza, in memoria della libertà di scelta che un tempo avevano al momento del matrimonio. Le discussioni non hanno portato a un cambiamento legislativo, ma il fatto stesso che se ne parli rivela quanto il Couto Misto resti un caso affascinante: un laboratorio medievale di autonomia locale, un esempio quasi unico di sovranità condivisa e di democrazia precoce.
Forse è proprio questo il motivo per cui il Couto continua a catturare l’immaginazione contemporanea. È una storia che mette in discussione le certezze dello Stato moderno e dimostra che, ai margini delle mappe, potevano sopravvivere comunità capaci di autogovernarsi per secoli. Per Galizia e Portogallo, è un pezzo di identità comune; per i curiosi, un microstato dimenticato che vale la pena riscoprire.
Negli anni ’90 la sua storia è stata rivalutata anche in chiave turistica, trasformando i tre villaggi in una meta per appassionati di storia, trekking e storie di confine.
Chi visita oggi il Couto Misto può passeggiare tra Santiago de Rubiás, Rubiás e Meaus, osservare la targa commemorativa che racconta l’antica autonomia, entrare nella chiesa di Santiago e seguire i sentieri che attraversano la Valle de Salas, un territorio che conserva ancora il silenzio e la sensazione di isolamento che un tempo rendevano questo microstato quasi invisibile agli occhi delle grandi potenze. Eventi culturali annuali e rievocazioni rendono ancora più vivido un passato che, nonostante tutto, continua a parlare.