Crowley, il mago che si è suicidato nella Boca do Inferno:

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Alisteir Crowley, il mago che si è suicidato nella Boca do Inferno:

Esiste un luogo, a Cascais, dove l’oceano sembra parlare con una voce antica. Lo chiamano Boca do Inferno: una ferita aperta nella scogliera, dove le onde si infrangono con violenza primordiale, sprigionando un fragore che ricorda un ruggito.

È un sito iconico, turbolento, romantico e misterioso allo stesso tempo. Un posto che attira innamorati al tramonto, curiosi di ogni parte del mondo e… un giorno del 1930, anche un poeta e un mago.

È proprio qui che sarebbe avvenuto uno dei più celebri — e più ingannevoli — “suicidi” del XX secolo. Una morte annunciata che ha fatto il giro d’Europa, riempiendo pagine di giornali, prima di rivelarsi per quello che era: una messinscena perfetta.

Quella che stai per leggere è una storia vera… o quasi.


Perché, come spesso accade quando a raccontarla sono un occultista inglese e il più enigmatico poeta portoghese, la verità è un terreno scivoloso quanto le rocce della Boca do Inferno dopo una mareggiata.

Se non avete mai visitato Cascais, vi consigliamo di farlo, vale la pena in un weekend lungo a Lisbona.


I protagonisti: chi erano davvero

Aleister Crowley

Aleister Crowley non era soltanto un uomo: era un mito vivente, un provocatore professionista, un seduttore del proibito. Nel 1930, il suo nome era già circondato da un’aura sulfurea. Occultista, mago cerimoniale, fondatore di ordini esoterici, esploratore dell’estremo, Crowley era considerato da alcuni un genio e da molti un pericoloso degenerato.

La stampa britannica lo aveva già soprannominato “the wickedest man in the world”, l’uomo più malvagio del mondo. E non solo per le sue pratiche esoteriche: la sua vita traboccava di scandali, amanti scomparsi, rituali misteriosi, abusi di droghe e debiti mai saldati. Aveva appena pubblicato la propria autobiografia e, per quanto celebre, si trovava in uno dei suoi periodi di declino personale ed economico.

Ma soprattutto, Crowley era ossessionato da una cosa: l’astrologia.
E fu proprio questa ossessione a condurre il mago britannico fino a Lisbona.

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Fernando Pessoa

Fernando Pessoa, nel 1930, non era ancora il gigante letterario che conosciamo oggi. Era un genio ignorato dalla maggior parte dei suoi contemporanei: un impiegato d’ufficio riservato, un poeta invisibile, un uomo che esisteva più intensamente nei suoi eteronimi che nella sua stessa vita.

Ma Pessoa aveva un’altra faccia: quella dell’astrologo.
Da autodidatta, aveva studiato astrologia con rigore quasi scientifico, elaborando mappe astrali per amici, conoscenti e persino sconosciuti che lo contattavano da lontano. Tra questi, un giorno, arrivò proprio lui: Aleister Crowley.

Il poeta analizzò il tema natale del mago con una precisione che lasciò Crowley sbalordito. Pessoa gli rivelò persino l’ora esatta della sua nascita, dato che nemmeno l’occultista conosceva con certezza. Da qui iniziò una corrispondenza intensa, fatta di simboli, calcoli e riflessioni mistiche.

Crowley rimase così colpito da decidere di fare ciò che pochi avrebbero immaginato:
partire per Lisbona per incontrare l’autore di quel tema astrale.


Il viaggio in Portogallo (estate–autunno 1930)

L’arrivo di Crowley a Lisbona

Crowley arrivò a Lisbona all’inizio di settembre del 1930, accompagnato dalla sua amante dell’epoca, Hanni Jaeger, una giovane e tormentata artista tedesca. L’inglese era venuto con un obiettivo preciso: incontrare Fernando Pessoa, parlare di astrologia, esplorare il lato occulto dell’anima portoghese e — come sempre — scuotere un po’ il mondo.

L’incontro con Pessoa

Il primo incontro tra Crowley e Pessoa fu esattamente ciò che si poteva immaginare quando un enigma umano ne incontra un altro: due menti ipnotiche, due spiriti eccentrici, due uomini che vivevano più nei simboli che nella realtà. Conversarono per ore di cabala, oroscopi, magia cerimoniale, numerologia, reincarnazione.

C’è chi dice che fu un incontro cordiale.
C’è chi giura che fu uno scontro di ego.
Di certo fu un incontro impossibile da ignorare.

L’ossessione condivisa: astrologia, simboli e occulto

Nonostante le differenze — Crowley teatrale e provocatorio, Pessoa introverso e analitico — i due avevano qualcosa in comune: credevano fermamente nel potere degli archetipi, dei segni, delle forze invisibili che governano il destino umano.

Quella settimana, Fernando Pessoa seguì Crowley in più di una passeggiata per Lisbona e dintorni. Ma ce n’è una che rimase nella storia.

Il Portogallo degli anni ’30: un paese quieto prima della tempesta

A differenza di altre capitali europee, nel 1930 Lisbona era una città sonnolenta, placida, lontana dalle tensioni che avrebbero portato alla Seconda Guerra Mondiale. Le sue notti non avevano ancora la frenesia degli anni ’40, quando spie e aristocratici in fuga avrebbero trasformato Estoril in una nuova Montecarlo.

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Era un luogo perfetto per sparire.
O per fingere di farlo.

Ed è qui che la storia inizia a diventare leggenda.

La giornata alla Boca do Inferno

Esiste un momento, in ogni storia destinata a diventare leggenda, in cui la geografia si intreccia con il destino. Per Crowley e Pessoa quel luogo fu la Boca do Inferno. Pessoa decise di portare lì il mago inglese non solo per mostrargli una delle meraviglie più drammatiche della costa di Cascais, ma perché intuiva che quel paesaggio poteva parlare la stessa lingua del suo ospite: una lingua fatta di simboli, abissi, metamorfosi.

Fu in quel contesto che nacque una delle versioni più affascinanti — e più improbabili — del loro incontro: la teoria folcloristica del “duello magico”. Secondo alcuni, Crowley incarnava la magia nera, Pessoa quella bianca; la Boca do Inferno sarebbe stata il teatro di uno scontro occulto, una battaglia di energie contrapposte. È un racconto che la storia ufficiale non conferma, ma che il mito popolare ha sempre amato: è difficile resistere al fascino di un mago e un poeta che si sfidano davanti alle onde furiose dell’Atlantico.

Ma il vero centro emotivo di quella giornata non era né Pessoa né Crowley: era Hanni Jaeger, la giovane amante del mago. Fragile, tormentata, sopraffatta dai comportamenti imprevedibili di Crowley, Hanni era arrivata in Portogallo già prossima al crollo nervoso. I resoconti raccontano di litigi, gelosie, sparizioni temporanee. La Boca do Inferno, per lei, più che un luogo mistico era un confine: un punto in cui la sua vita poteva ancora tornare indietro oppure precipitare.

Crowley, dal canto suo, trasformò quel luogo in un palcoscenico perfetto. Pochi giorni dopo la visita, lasciò una traccia destinata a scuotere l’Europa intera: un portasigarette con inciso il suo nome e una lettera struggente, abbandonati sulla scogliera come indizi di un gesto estremo. La lettera, che iniziava con il celebre “Non posso viver sem ti…”, era indirizzata proprio alla giovane Hanni. Suonava come un addio, un testamento spirituale, una confessione disperata.

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La sparizione fu immediata. E la fuga di notizie, altrettanto immediata.

I giornali portoghesi moltiplicarono il racconto, quelli inglesi e tedeschi lo ripresero con titoli sensazionalistici: il mago più malvagio del mondo si era tolto la vita in Portogallo, inghiottito dalla “Bocca dell’Inferno”. La storia era perfetta: mistero, occultismo, passioni tragiche e un luogo dal nome più cinematografico di qualsiasi romanzo.

Ma la verità, come spesso accade con Crowley, era altrove.

Il presunto morto ricomparve poche settimane dopo… in Germania. Vivo, sorridente, e tutt’altro che pentito. Aveva assistito al proprio funerale mediatico come a uno spettacolo ben riuscito. La corrispondenza successiva con Pessoa rivela un tono ambiguo: gratitudine, complicità, ma anche una certa distanza crescente. Pessoa iniziò a percepire la farsa per ciò che era realmente: un gioco troppo grande, troppo teatrale, troppo artificiale persino per lui.

Le interpretazioni di questa vicenda si moltiplicarono negli anni.

Per alcuni fu un colpo pubblicitario orchestrato da Crowley, utile a far parlare di sé proprio mentre cercava di promuovere la sua autobiografia. Per altri si trattò di un rito simbolico, una sorta di morte mistica e rinascita occulta, perfettamente coerente con la filosofia personale del mago. Una terza teoria, più romantica, suggerisce che Pessoa avesse intuito il potenziale narrativo di quella storia e avesse immaginato di trasformarla in un romanzo giallo, un progetto che però non vide mai la luce.

La verità è che nessuna versione spiega tutto.
E in questo risiede il fascino del caso.

Non esistono prove certe del suicidio mai avvenuto; molti dettagli sembrano effettivamente costruiti “a tavolino”; altri contrasti nelle testimonianze lasciano intendere che parte della storia sia stata ritoccata o reinventata dai protagonisti stessi. Persino il ruolo del giornalista Augusto Ferreira Gomes — primo a diffondere la notizia — rimane ambiguo: complice entusiasta o semplice vittima di una messinscena perfetta?

Ciò che rimane, oggi, è un’eredità culturale sorprendentemente viva.
La vicenda è entrata nella mitologia di Cascais, alimentata da decenni di turisti, studiosi, curiosi e appassionati di esoterismo. Sulla roccia della Boca do Inferno una targa ricorda ancora la storia del “suicidio” di Crowley. Per Pessoa, paradossalmente, questo episodio contribuì a costruire l’immagine dell’uomo enigmatico, dell’intellettuale che abitava il confine tra il visibile e l’invisibile.

E per noi, nel presente, rimane un giallo esoterico che continua a sedurre.


Una storia vera… o quasi.

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