Perché la FIFA ha interesse a tenere Messi e Ronaldo in scena a prescindere da tutto
Il calcio moderno somiglia sempre più a un grande show mediatico-commerciale, un prodotto lucido e confezionato per vendere emozioni, diritti TV e merchandising, più che per raccontare la verità del campo. In questo scenario, Lionel Messi e Cristiano Ronaldo non sono soltanto due fuoriclasse: sono marchi globali, icone pop capaci di muovere audience, sponsor e mercati interi.
Ed è proprio questa loro forza commerciale ad attirare gli occhi — e le decisioni — della FIFA di Gianni Infantino, sempre più orientata a trasformare il calcio in uno spettacolo “global-friendly”.
Negli ultimi anni, infatti, non sono mancati episodi che alimentano la sensazione che le due superstar godano di una sorta di corsia preferenziale. Dalle squalifiche alleggerite o trasformate in condizionali, alle partecipazioni garantite a eventi globali che sembrano costruiti su misura per tenere in scena i volti più vendibili del calcio mondiale. Un set perfetto, insomma, dove lo spettacolo deve continuare — e Messi e Ronaldo devono esserci, anche quando il merito sportivo direbbe tutt’altro.
Mini-squalifica a Ronaldo: quando le regole diventano elastiche
Il caso più evidente e recente riguarda Cristiano Ronaldo, espulso durante la partita di qualificazione al Mondiale 2026 tra Irlanda e Portogallo. Al 61′, visibilmente irritato dopo un contrasto fisico, Ronaldo ha rifilato una gomitata netta al difensore irlandese Dara O’Shea, guadagnandosi il rosso diretto dopo la revisione VAR. Si trattava della prima espulsione di Ronaldo in 226 presenze con la nazionale, un episodio che ha subito acceso il dibattito tra tifosi e media.
Secondo il regolamento, gesti di condotta violenta come questo comportano normalmente almeno tre giornate di squalifica, un provvedimento che avrebbe potuto far saltare a Ronaldo l’esordio al Mondiale 2026. E invece la FIFA ha applicato una soluzione “elastica”: una sola partita di stop effettiva, mentre le altre due giornate sono state sospese e valide solo in caso di ulteriori infrazioni. In pratica, Ronaldo sarà regolarmente in campo all’esordio del Portogallo ai Mondiali, che dovrebbe essere l’ultimo per lui.
Nonostante l’assenza di Ronaldo nella partita successiva, il Portogallo ha dimostrato di non dipendere esclusivamente dal suo capitano. Contro l’Armenia, ultima giornata del Gruppo F, la squadra ha travolto gli avversari con un 9‑1 netto, conquistando così la qualificazione diretta al Mondiale 2026 come prima del gruppo. Una prova di forza che ha visto protagonisti Bruno Fernandes, João Neves e Gonçalo Ramos, dimostrando che la squadra può esprimersi ai massimi livelli anche senza la sua superstar.
La reazione tra tifosi e commentatori dopo la gomitata resta comunque netta: molti parlano di favoritismi, sospettando che le regole possano diventare flessibili quando in gioco c’è un giocatore di valore mediatico straordinario. Un episodio che conferma come, nel calcio moderno, il campo a volte venga piegato alle logiche dello spettacolo e del marketing globale.
Il “quasi‑precedente” di Messi & il circo mediatico
Con l’arrivo di Lionel Messi, Inter Miami è diventata molto più di una semplice squadra: un vero brand globale, un biglietto da visita per la MLS negli USA, pensato per vendere calcio dove il pubblico è tradizionalmente meno coinvolto. La stagione 2024 lo ha dimostrato: il club ha vinto la regular season, aggiudicandosi lo Supporters’ Shield come migliore squadra su tutte le giornate, con un record eccezionale di vittorie, pareggi e pochissime sconfitte.
Se da un lato questo successo parla di meriti sportivi, dall’altro rafforza la sensazione che la qualificazione al FIFA Club World Cup sia stata facilitata non tanto da un trionfo internazionale, quanto da un meccanismo costruito per valorizzare un club “vendibile”: con Messi, sede negli USA e massima visibilità globale. La vittoria della regular season diventa quindi un pretesto per giustificare la presenza di Inter Miami nel grande show mondiale, anche senza aver vinto la MLS Cup o una competizione internazionale di riferimento.
Il risultato: Inter Miami si trova proiettata su scala globale, brandizzata da star mondiali e mediaticamente appetibile. E la sensazione — per chi guarda con occhio critico — è che in certi casi le garanzie commerciali contino quanto, o più, dei meriti sul campo.
Il prodotto “Messi & Ronaldo”: un asset commerciale per FIFA e il calcio globale
Messi e Ronaldo non sono solo due campioni straordinari: sono brand mondiali. Generano merchandising, diritti TV, sponsorizzazioni e una curiosità globale che va ben oltre il campo. La loro presenza — o assenza — può determinare il successo commerciale di un torneo: ecco perché la tentazione, o la pratica, di preservare certe star da squalifiche dolorose diventa quasi inevitabile.
Quando la credibilità sportiva si piega alle logiche di profitto, il concetto di equità agonistica viene sacrificato per l’audience, per i biglietti venduti, per l’engagement globale. Il risultato è che, come spettatori e tifosi, ci troviamo davanti a uno show costruito su misura per il marketing, in cui i giocatori sono celebrati come icone, veri e propri prodotti di massa, più che atleti da rispettare per le loro prestazioni.
In questo scenario, il calcio moderno appare sempre più un circo globale, in cui i valori sportivi tradizionali si confrontano con la forza di mercato delle superstar, e dove Messi e Ronaldo restano il cuore pulsante di uno spettacolo che va oltre il gioco.
Lo spettacolo prima dello sport: il calcio come prodotto mediatico
Se il calcio è diventato un grande spettacolo mediatico‑commerciale, chi vince davvero non è chi segna più gol, ma chi controlla il prodotto: diritti TV, sponsorizzazioni, merchandising, audience globale. Gli Stati Uniti rappresentano un mercato enorme, con stadi moderni e un pubblico potenzialmente sterminato, ma è ancora un mercato che non ama il calcio al 100% come in Europa o America Latina. Qui ogni star globale, come Messi con Inter Miami, diventa essenziale per attirare pubblico, biglietti, abbonamenti e attenzione dei media.
FIFA e chi gestisce i grandi flussi economici — sponsor, broadcaster, investitori — hanno un forte incentivo a proteggere e valorizzare queste superstar. Anche a costo di rendere flessibili regole che un tempo avrebbero garantito punizioni più severe: l’assenza di una stella può significare milioni di introiti persi, meno appeal per i tornei e meno engagement globale.
Così, la “credibilità sportiva” può finire per piegarsi alle logiche di profitto. Il calcio rischia di diventare un prodotto confezionato, costruito su misura per l’audience: le partite diventano eventi, i giocatori icone da vendere e lo spettacolo conta più della competizione genuina.
E chi guarda da fuori — tifosi, appassionati — rischia di trasformarsi in semplici consumatori: non di uno sport, ma di uno show globale con atleti‑marchio, confezionato per vendere emozioni, diritti, abbonamenti e sponsor.
Siamo ancora tifosi di calcio o solo spettatori e consumatori di un grande “prodotto mediatico”?
Eventuali obiezioni e contro‑argomentazioni: un minimo di equilibrio
Si può dire che certe attenuanti abbiano un senso. Ronaldo ha commesso la gomitata, sì, ma era la sua prima espulsione in 226 partite con la nazionale. Il suo appeal commerciale e il peso mediatico sono enormi: tenerlo fuori dal Mondiale avrebbe avuto conseguenze sul torneo, sull’audience e sugli introiti.
C’è chi potrebbe obiettare che parlare di favoritismi sia solo “invidia da haters” o “complottismo”. È vero, ma è legittimo domandarsi quanto contino davvero i meriti sportivi rispetto a diritti TV, sponsor e interesse globale.
Se si decide di “graziarli”, sarebbe corretto ammettere apertamente che si tratta di scelte economiche, non sportive. La trasparenza aiuterebbe tifosi e appassionati a capire che certe decisioni sono motivate più dal marketing che dall’equità.
Un esempio concreto: Ronaldo è stato recentemente ospite alla Casa Bianca da Donald Trump, insieme a leader e magnati internazionali. Non è solo un episodio mediatico: dimostra quanto le superstar del calcio siano asset globali, strumenti di visibilità internazionale e diplomazia soft.
In sostanza, sì, ci sono motivi per mitigare certe sanzioni. Ma resta legittimo chiedersi: il calcio di alto livello è ancora sport, o ormai è soprattutto prodotto da vendere?