Fu il Portogallo a scoprire l’Australia?

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Per tutti, la storia sembra già scritta: l’Australia sarebbe stata scoperta dagli europei nel 1606 dall’esploratore olandese Willem Janszoon, mentre gli inglesi, grazie a James Cook, l’avrebbero trasformata in una parte centrale del mondo occidentale. Ma cosa succederebbe se questa versione fosse incompleta?

Esiste infatti una teoria affascinante e controversa che continua a dividere storici e appassionati: i portoghesi potrebbero aver raggiunto le coste australiane quasi un secolo prima degli olandesi. Nessuna prova definitiva, nessun diario di bordo sopravvissuto, ma una lunga serie di indizi che sembrano usciti da un romanzo storico: mappe misteriose che mostrano terre sconosciute, cannoni portoghesi ritrovati in fondo al mare, parole dal suono sospettosamente lusitano e documenti che potrebbero essere scomparsi per sempre.

Coincidenze? Interpretazioni troppo fantasiose? Oppure uno dei più grandi misteri irrisolti dell’epoca delle esplorazioni? Per capirlo bisogna tornare indietro di cinque secoli, tra segreti di Stato, naufragi e una possibile scoperta che il Portogallo potrebbe non aver mai raccontato al mondo.

Il racconto ufficiale: chi scoprì davvero l’Australia?

Quando si parla della scoperta europea dell’Australia, la versione considerata ufficiale dagli storici è piuttosto chiara. Nel 1606 il navigatore olandese Willem Janszoon, a bordo della nave Duyfken, raggiunse le coste della penisola di Capo York, nel nord del continente australiano. Fu il primo approdo europeo documentato con prove storiche e cartografiche solide.

Più di un secolo dopo entrò in scena James Cook. Nel 1770 il celebre navigatore britannico esplorò e mappò la costa orientale australiana, reclamandola per la Corona inglese. Per questo motivo, nell’immaginario collettivo Cook è spesso associato alla “scoperta” dell’Australia, anche se in realtà arrivò molto tempo dopo Janszoon.

Qui però emerge una distinzione interessante: arrivare per primi e “scoprire” non sono necessariamente la stessa cosa. Una terra può essere raggiunta da navigatori isolati e poi dimenticata, oppure può essere esplorata, mappata, colonizzata e inserita stabilmente nelle rotte commerciali e politiche del proprio tempo. Alcuni storici sostengono proprio questo: gli olandesi arrivarono, ma furono gli inglesi a trasformare l’Australia in una realtà conosciuta dal resto del mondo occidentale.

La teoria che cambia tutto: i portoghesi sarebbero arrivati quasi 100 anni prima

Ed è qui che la storia prende una piega molto più misteriosa. Nel XVI secolo i portoghesi erano tra i navigatori più avanzati del pianeta e avevano costruito una rete commerciale enorme nell’Oceano Indiano e nel Sud-est asiatico. Dopo la conquista di Malacca nel 1511, le spedizioni portoghesi iniziarono a spingersi sempre più verso est.

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Un dettaglio alimenta i sospetti: i portoghesi si erano stabiliti a Timor già nel XVI secolo, e l’isola dista appena circa 500 chilometri dalle coste australiane. Una distanza importante, ma non impossibile per marinai che attraversavano oceani interi.

Secondo una delle ipotesi più famose, il navigatore Cristóvão de Mendonça avrebbe guidato nel 1522 una spedizione verso sud alla ricerca delle leggendarie “isole dell’oro”. Alcuni ricercatori ritengono che durante quel viaggio possa aver raggiunto l’Australia.

Esiste poi un’altra teoria che coinvolge Gomes de Sequeira. Nel 1525 il navigatore sarebbe stato spinto da tempeste e correnti verso terre sconosciute più a sud rispetto alle rotte abituali. Secondo alcuni studiosi, potrebbe aver toccato la penisola di Capo York, nel nord australiano.

Il problema è enorme: non esistono documenti diretti che confermino queste spedizioni. Nessun diario di bordo, nessuna mappa inequivocabile, nessuna dichiarazione ufficiale del regno portoghese.

I cannoni portoghesi trovati in Australia: semplice coincidenza?

Una delle prove più citate dai sostenitori della teoria portoghese arriva dal fondo del mare. Al largo della zona di Broome, sulla costa nord-occidentale australiana, furono ritrovati due antichi cannoni sommersi che hanno immediatamente attirato l’attenzione degli storici.

La forma, lo stile di fusione e alcune caratteristiche tecniche hanno portato diversi ricercatori a ipotizzare un’origine portoghese. Secondo alcune analisi, queste armi potrebbero essere state fabbricate tra il 1475 e il 1525: un periodo perfettamente compatibile con l’epoca delle grandi esplorazioni lusitane.

Per chi sostiene la teoria della scoperta portoghese, quei cannoni rappresentano una sorta di impronta lasciata accidentalmente dai primi europei arrivati sulle coste australiane.

Naturalmente esistono anche spiegazioni alternative. I cannoni potrebbero essere stati trasportati da imbarcazioni commerciali asiatiche, essere giunti nella regione attraverso reti di scambio marittimo o appartenere a navi naufragate in epoche successive. In altre parole, la loro presenza non dimostra automaticamente che dei navigatori portoghesi abbiano davvero scoperto l’Australia.

Ed è proprio questo il fascino della vicenda: ogni indizio sembra aprire nuove domande invece di fornire risposte definitive.

Le mappe impossibili: la misteriosa “Jave La Grande”

Se i cannoni e le spedizioni ipotetiche rappresentano indizi materiali, il cuore della teoria portoghese si trova su carta. O meglio: su alcune mappe del XVI secolo che da oltre duecento anni alimentano uno dei dibattiti più affascinanti della storia della navigazione.

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Si tratta dei celebri Mapas de Dieppe, una raccolta di carte geografiche prodotte nella città francese di Dieppe tra il 1536 e il 1566. Queste mappe mostrano una grande massa terrestre chiamata Jave La Grande, posizionata tra l’Indonesia e le regioni meridionali del globo.

Ed è qui che nasce il mistero: secondo alcuni studiosi, la forma di questa terra ricorda in modo sorprendente parte della costa australiana.

L’ipotesi è che i cartografi francesi non avessero esplorato direttamente quelle aree, ma avessero copiato o reinterpretato mappe portoghesi oggi scomparse. I navigatori lusitani, già presenti nel Sud-est asiatico, avrebbero quindi raccolto informazioni sulle coste australiane e le avrebbero trasmesse indirettamente ai cartografi europei.

Nel XIX secolo e soprattutto nel Novecento numerosi ricercatori sostennero questa idea, cercando di sovrapporre Jave La Grande all’Australia moderna. Alcuni arrivarono persino a ruotare parti delle mappe per far coincidere i profili costieri.

Il problema, però, è enorme: le mappe del XVI secolo erano spesso imprecise, deformate e costruite combinando testimonianze frammentarie. In un’epoca in cui la longitudine non poteva ancora essere calcolata con precisione, le distanze risultavano facilmente alterate. Per questo molti storici invitano alla prudenza: trovare una somiglianza non significa automaticamente identificare una prova.

Il dettaglio più inquietante: la parola “Abreolhos”

Tra i tanti piccoli indizi citati dai sostenitori della teoria ce n’è uno che appare quasi insignificante, ma che continua a incuriosire: il nome Abreolhos.

La parola compare in alcune mappe olandesi successive per indicare una barriera corallina o un’area pericolosa per la navigazione. Il termine deriva chiaramente dall’espressione portoghese abre olhos — letteralmente “apri gli occhi”.

Per i navigatori portoghesi era un avvertimento marittimo molto comune: serviva a segnalare secche, scogli o altri pericoli nascosti. Un invito a prestare attenzione nelle acque difficili.

Per chi sostiene la teoria della presenza lusitana in Australia, questo dettaglio potrebbe indicare che i portoghesi conoscevano quelle acque molto prima degli olandesi.

Gli scettici, però, fanno notare che termini nautici e mappe venivano spesso copiati, adattati e tramandati tra navigatori di nazionalità diverse. In altre parole, la presenza della parola potrebbe semplicemente essere una normale eredità cartografica e non la prova di un’esplorazione segreta.

Naufraghi portoghesi tra gli aborigeni?

La teoria prende una piega ancora più sorprendente con le ipotesi avanzate dallo storico e filologo Carl von Brandenstein.

Secondo le sue ricerche, alcuni navigatori portoghesi potrebbero essere naufragati lungo la costa occidentale australiana tra l’inizio del XVI secolo e gli anni Venti dello stesso secolo. Impossibilitati a ripartire, avrebbero vissuto tra le popolazioni locali, integrandosi gradualmente con gli aborigeni.

Von Brandenstein sostenne di aver individuato tracce linguistiche sorprendenti nelle lingue Ngarluma e Karriera. Alcune parole, secondo lui, ricordavano termini portoghesi: ad esempio thartaruga sarebbe collegata a tartaruga, mentre altri vocaboli avrebbero una possibile origine europea.

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L’idea è affascinante: naufraghi dimenticati che avrebbero lasciato una traccia culturale in una parte remota del mondo.

Tuttavia molti linguisti contestano fortemente queste conclusioni. Le somiglianze fonetiche possono essere casuali e stabilire una parentela linguistica richiede prove molto più solide. Per la maggior parte degli studiosi, le evidenze presentate non sono sufficienti.

Il grande mistero: perché il Portogallo avrebbe nascosto tutto?

Se i portoghesi fossero davvero arrivati in Australia prima degli altri europei, una domanda sorge spontanea: perché non lo dissero a nessuno?

La risposta proposta dai sostenitori della teoria chiama in causa il Trattato di Tordesillas, il celebre accordo che divideva le future conquiste tra Spagna e Portogallo.

Secondo questa interpretazione, l’Australia avrebbe potuto ricadere nella zona teoricamente destinata alla Corona spagnola. Rendere pubblica la scoperta avrebbe quindi significato perdere qualsiasi vantaggio strategico.

Da qui nasce l’idea di un possibile segreto di Stato: esplorazioni effettuate ma mai dichiarate ufficialmente.

A rendere tutto ancora più misterioso c’è un altro elemento: molti documenti storici portoghesi andarono distrutti nel Terremoto di Lisbona del 1755. Secondo alcuni, eventuali prove potrebbero essere scomparse proprio in quella tragedia.

Naturalmente anche questa resta un’ipotesi: l’assenza di documenti non equivale automaticamente all’esistenza di una scoperta segreta.

Cosa ne pensa oggi la maggior parte degli storici?

Ed è qui che emerge la posizione prevalente della comunità accademica. Nonostante il fascino della teoria, la maggior parte degli storici rimane prudente.

Il motivo principale è semplice: mancano prove dirette. Non esistono diari di bordo, relazioni ufficiali, mappe inequivocabili o testimonianze contemporanee che confermino una spedizione portoghese in Australia nel XVI secolo.

Molti studiosi ritengono inoltre che alcuni sostenitori della teoria abbiano interpretato in modo troppo creativo mappe e coincidenze linguistiche.

Questo non significa che la teoria sia impossibile. Significa soltanto che, allo stato attuale, gli indizi non bastano per trasformare una suggestione storica in un fatto accertato.

La domanda finale: conta davvero chi arrivò per primo?

Forse il punto più interessante di tutta questa storia non riguarda nemmeno il Portogallo.

Perché arrivare non significa necessariamente scoprire.

L’Australia era abitata da popolazioni aborigene da decine di migliaia di anni prima dell’arrivo degli europei. Parlare di “scoperta” dipende quindi dal punto di vista: scoperta per chi? Per gli europei? Per il resto del mondo? O per chi viveva già lì?

Forse è proprio questo il motivo per cui il mistero continua ad affascinare. Non sappiamo se i portoghesi abbiano davvero visto l’Australia prima degli olandesi. Ma la domanda resta aperta: siamo davanti a uno dei più grandi enigmi della storia della navigazione o a una straordinaria occasione mancata del Portogallo?

Author

  • Alan De Ambrogi autore Portogallo lisbona magazine

    Residente a Lisbona dal 2020, laureato in marketing, coniuga la sua passione per i viaggi con l'amore per la scoperta di nuove culture. La sua penna trasmette esperienze uniche e riflessioni ispirate dai luoghi che esplora.

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