Da Cermenate a Lisbona in bicicletta: il viaggio di Ludovico Muretti
A 19 anni, mentre molti suoi coetanei stanno ancora cercando di capire che direzione dare al proprio futuro, Ludovico Muretti ha deciso di partire. Non per una vacanza, né per una sfida fine a se stessa, ma per mettersi alla prova. Un viaggio lungo, faticoso, spesso solitario, iniziato a Cermenate, in provincia di Como, e concluso dopo 45 giorni a Lisbona, attraversando mezza Europa in bicicletta.
Originario della Lombardia, Ludovico ha scelto la strada più lenta e forse anche la più esigente per spostarsi: pedalare. Chilometro dopo chilometro, il viaggio è diventato molto più di uno spostamento geografico. È stato un modo per conoscersi, per capire fin dove può arrivare il proprio corpo e, soprattutto, la propria testa. Non una fuga, ma un esperimento consapevole.
L’obiettivo, infatti, non era solo raggiungere il Portogallo. Questo viaggio rappresentava un allenamento per qualcosa di più grande: un futur giro del mondo in bicicletta. Un banco di prova necessario per testare resistenza, adattamento, gestione degli imprevisti e della solitudine. Lisbona non come punto di arrivo definitivo, ma come tappa simbolica di un percorso appena iniziato.
La bicicletta non è stata una scelta casuale. È il mezzo che impone lentezza, che obbliga a sentire il vento, la pioggia, la fatica. Pedalare significa accettare i limiti, ma anche superarli giorno dopo giorno. Per Ludovico, la bici è diventata uno strumento di libertà, di disciplina e di ascolto: del mondo che scorre intorno e di sé stesso.
Un viaggio lungo 45 giorni attraverso l’Europa
Quarantacinque giorni in sella, migliaia di chilometri percorsi e una linea tracciata sull’Europa che unisce Cermenate a Lisbona. Il viaggio di Ludovico Muretti non si misura solo in distanza, ma nella costanza quotidiana richiesta per ripartire ogni mattina. Italia, Francia, Spagna e infine Portogallo: quattro paesi attraversati seguendo strade secondarie, salite interminabili e paesaggi che cambiano lentamente, al ritmo delle pedalate.
Ogni giornata era diversa dalla precedente, ma seguiva una routine essenziale. Dormire dove capitava, adattandosi alle possibilità offerte dal percorso; mangiare per recuperare energie più che per piacere; organizzare tappe, tempi e soste senza mai avere la certezza di come sarebbe andata a finire. Viaggiare in bicicletta significa fare i conti con l’imprevisto e imparare a semplificare: meno oggetti, meno certezze, più adattamento.
La parte più complessa, però, non è stata quella fisica. La solitudine accompagna chi viaggia a lungo, soprattutto quando le giornate si susseguono senza grandi incontri o distrazioni. Ore intere trascorse in silenzio, con il rumore delle ruote sull’asfalto e i pensieri che diventano sempre più presenti. Gestire la mente, rimanere concentrati e motivati, è stata una sfida tanto importante quanto affrontare una salita.
In ogni caso quello per Lisbona non è stato il primo grande viaggio in bicicletta per Ludovico che l’anno scorso era arrivato pedalando fino in Puglia.
Meteo avverso e difficoltà: quando il corpo vuole fermarsi
Il viaggio è stato segnato anche da condizioni meteorologiche spesso sfavorevoli. Pioggia, vento contrario, freddo e stanchezza hanno messo alla prova il fisico di Ludovico giorno dopo giorno. Pedalare con i vestiti bagnati, affrontare raffiche che rallentano ogni progresso, svegliarsi con il corpo già affaticato: sono situazioni che trasformano ogni chilometro in una conquista.
Non sono mancati i momenti più duri, quelli in cui l’idea di fermarsi sembrava la scelta più razionale. La fatica accumulata, il dolore muscolare e la mancanza di comfort hanno più volte fatto vacillare la determinazione iniziale. In quei momenti, proseguire non è stato un atto di forza, ma di disciplina.
Superare un limite, quando si è soli sulla strada, significa imparare ad ascoltarsi senza assecondare ogni pensiero di rinuncia. Significa spezzare la giornata in piccoli obiettivi, concentrarsi sul prossimo chilometro e non sull’intera distanza. È così che la motivazione prende forma: non come entusiasmo costante, ma come scelta quotidiana di continuare.
Questo viaggio ha insegnato a Ludovico che la vera resistenza non è solo fisica. È la capacità di restare fedeli a un progetto anche quando l’euforia iniziale svanisce. Una lezione fondamentale per chi sogna di spingersi ancora più lontano.
L’arrivo a Lisbona: la fine di una tappa, non del viaggio
Quando Ludovico Muretti è entrato a Lisbona, dopo settimane di strada e fatica, l’arrivo non è stato un traguardo da festeggiare con euforia, ma un momento di profonda consapevolezza. Pedalare fino all’oceano, vedere il fiume Tago aprirsi davanti a sé, ha dato forma concreta a tutto lo sforzo accumulato nei 45 giorni precedenti. Non era solo la fine di un percorso geografico, ma la conferma che il viaggio aveva funzionato: come prova, come esperienza, come crescita.
Lisbona ha rappresentato fin da subito qualcosa di più di una capitale europea e nonostante le tempeste di questi giorni, una città aperta e capace di accogliere chi arriva lentamente. Per Ludovico, è diventata il simbolo di una rinascita personale, il luogo in cui fermarsi a riflettere dopo aver attraversato mezza Europa spinto solo dalla forza delle gambe e dalla determinazione.
Il Portogallo, infatti, non è stato scelto per caso. Non solo perché rappresenta l’estremo occidentale del continente, ma perché incarna un’idea di viaggio fatta di tempo, umanità e ascolto. Lisbona non come punto finale, ma come scelta consapevole, un posto in cui rallentare e osservare prima di ripartire.
“In Portogallo mi sono sentito a casa”: l’elogio dell’ospitalità
È proprio in Portogallo che Ludovico racconta di essersi sentito davvero accolto. Lungo il percorso, gli incontri sono diventati più frequenti e spontanei: persone pronte a fermarsi per chiedere da dove venisse, a offrire un consiglio, un aiuto o semplicemente una parola gentile.
L’ospitalità portoghese si è manifestata nei gesti più semplici: un sorriso, un’indicazione data con attenzione, una disponibilità che non chiedeva nulla in cambio. Un atteggiamento che, nel confronto con altri paesi europei attraversati, ha lasciato un segno particolare. Non una questione di servizi o infrastrutture, ma di relazione umana.
La storia di Ludovico inoltre,diventata virale, gli ha permesso di entrare in contatto con Alvaro, un ragazzo pugliese che si è offerto di ospitarlo durante la sua permanenza a Lisbona.
A colpirlo è stato soprattutto lo stile di vita: un modo di stare al mondo meno frenetico, più attento alle persone che ai risultati immediati. Per chi viaggia lentamente, questa differenza diventa evidente. Ed è forse per questo che, arrivato a Lisbona, Ludovico non ha avuto la sensazione di essere arrivato “alla fine”, ma semplicemente nel posto giusto, al momento giusto.
Un allenamento per il giro del mondo
Il viaggio da Cermenate a Lisbona non è stato un’impresa fine a se stessa, ma un test reale, forse l’unico possibile, per capire se un sogno come il giro del mondo in bicicletta possa diventare concreto. Un banco di prova fisico, certo, ma soprattutto mentale. La resistenza del corpo si allena, quella della mente si scopre solo strada facendo.
In questi 45 giorni, Ludovico ha imparato a conoscersi meglio. Ha capito quanto può spingersi oltre la fatica, quanto pesa la solitudine e quanto conti la capacità di adattarsi. Ha imparato che non sempre la motivazione è entusiasmo: spesso è silenzio, routine, ostinazione. E che andare avanti non significa essere forti, ma essere costanti.
La prossima avventura che lo attende lo vedrà pedalare fino al Nord Europa, attraversare l’Atlantico, percorrere l’America da nord a sud e avventurarsi in Asia. Un percorso che dovrebbe tenerlo impegnato per 3 anni.
Questo viaggio gli ha anche mostrato cosa cambierà nel prossimo grande progetto. Più attenzione alla gestione delle energie, una pianificazione diversa, maggiore consapevolezza dei propri limiti. Errori ce ne sono stati, ed era inevitabile. Ma proprio per questo l’esperienza è stata fondamentale. Sbagliare prima di partire davvero significa partire più preparati, non solo tecnicamente, ma interiormente.
La prossima avventura è già iniziata
Anche se le ruote si sono fermate a Lisbona, il viaggio di Ludovico non si è concluso. I progetti futuri guardano già oltre: nuove rotte, distanze più lunghe, orizzonti ancora da esplorare. La bicicletta resta il mezzo, ma il senso è più profondo. Viaggiare è diventato una filosofia di vita, un modo per misurare il tempo, le relazioni e se stesso.
Il messaggio che Ludovico lascia ai suoi coetanei è semplice e diretto: non serve avere tutto chiaro per partire. Serve il coraggio di fare il primo passo, accettando l’incertezza come parte del percorso. Le risposte arrivano strada facendo, spesso quando si smette di cercarle.
Viaggiare lentamente cambia il modo di vedere il mondo. Permette di osservare, di ascoltare, di entrare davvero nei luoghi che si attraversano. E insegna che il vero traguardo non è la destinazione, ma la persona che si diventa lungo il cammino.