Quando Ceuta era portoghese e non spagnola

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Quando Ceuta era portoghese e non spagnola

Ceuta non è una città qualsiasi: situata sullo stretto di Gibilterra, è una piccola roccaforte che guarda contemporaneamente al Mediterraneo e all’Atlantico, all’Europa e all’Africa. Da secoli rappresenta una chiave strategica per il controllo dei traffici marittimi, un ponte naturale tra due continenti e due mondi.

Ceuta e l’inizio dell’impero portoghese

Il 21 agosto 1415, le truppe del re João I del Portogallo sbarcarono sulle sue coste e, dopo una battaglia fulminea, issarono la bandiera portoghese sulle mura della città. Quella conquista — la prima della storia coloniale portoghese — avrebbe segnato una svolta decisiva non solo per il regno lusitano, ma anche per l’intero equilibrio del Nord Africa. Da Ceuta iniziava infatti l’avventura marittima che avrebbe portato i portoghesi a solcare gli oceani e a creare un impero planetario.

Ma la storia di Ceuta non finisce lì. Quella che fu per più di due secoli una roccaforte portoghese in terra africana, passò poi sotto la corona spagnola, diventando una delle poche tracce tangibili dell’antica espansione iberica nel continente. La città, ancora oggi autonoma ma spagnola, conserva nelle sue pietre il segno di quel passato conteso — quando il destino di due regni e di due mari si incrociò proprio qui, alle porte d’Africa.

Il contesto storico e geografico

Ceuta si trova sulla sponda africana dello stretto di Gibilterra, un punto cruciale in cui il Mediterraneo si fonde con l’Atlantico. Fin dall’antichità, la sua posizione ne fece un luogo di passaggio obbligato per commercianti e conquistatori. Da qui transitavano navi cariche di tonno, corallo, oro e merci provenienti dalle rotte trans-sahariane, che collegavano il cuore dell’Africa ai porti europei. Chi controllava Ceuta, controllava il mare.

Prima del 1415, la città era da secoli un importante centro musulmano. Conquistata dagli arabi nel 709, passò sotto il dominio di varie dinastie — Omayyadi, Almoravidi, Almohadi e infine i Merinidi di Fez — che ne fecero una città fortificata, cosmopolita e prospera. Le relazioni con la penisola iberica erano intense ma instabili: commerci, alleanze e scorrerie si alternavano sulle due sponde dello Stretto. I pirati berberi rappresentavano una minaccia costante per le coste dell’Algarve, e la presenza di Ceuta come base nemica alimentava nel regno portoghese il desiderio di colpire il problema alla radice.

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All’inizio del XV secolo, il Portogallo era un Paese giovane e in piena ascesa. Dopo aver difeso la propria indipendenza nella crisi del 1383-1385, il re João I cercava di dare al suo regno una nuova direzione. Intorno a lui cresceva una generazione di principi ambiziosi e curiosi, passata alla storia come l’Ínclita Geração: tra loro Duarte, erede al trono, Pedro, spirito colto e viaggiatore, e Henrique, destinato a essere ricordato come “il Navigatore”.

La conquista di Ceuta rispondeva a molteplici ambizioni: economiche, per accedere ai ricchi mercati africani; politiche, per rafforzare il prestigio del regno e unire la nobiltà sotto una causa comune; e religiose, perché rappresentava la prosecuzione oltremare della Reconquista contro l’Islam. In un solo gesto, João I poteva dimostrare la potenza militare del Portogallo, aprire le porte del commercio africano e offrire al suo popolo una missione “divina”.

Ceuta, con la sua posizione e la sua ricchezza, era il punto perfetto da cui cominciare.

La spedizione di conquista

L’idea di conquistare Ceuta nacque in un clima di assoluto segreto. João I e i suoi figli prepararono l’impresa con cura, sapendo che una fuga di notizie avrebbe potuto attirare la reazione delle potenze musulmane del Maghreb o della stessa Castiglia. L’operazione fu travestita da spedizione diplomatica, e perfino molti nobili che vi presero parte ignoravano la vera destinazione fino all’ultimo momento.

Per mesi si accumularono armi, provviste e uomini nei porti del regno. Le flotte furono radunate lungo il Tago e nell’Algarve, con centinaia di navi — dalle caravelle leggere alle pesanti navi da guerra — e migliaia di soldati. L’Infante Henrique, ancora giovanissimo, fu tra i principali sostenitori dell’impresa, mentre il re, ormai cinquantenne, volle guidarla di persona.

All’inizio dell’estate del 1415 la flotta salpò dal fiume Tago, dirigendosi verso sud. Fece sosta a Lagos e Faro, dove si unirono nuove imbarcazioni, quindi attraversò lo Stretto di Gibilterra toccando Tarifa e Algeciras. I venti contrari e le correnti complicarono la navigazione, e il viaggio si trasformò in una prova di resistenza. Quando, infine, le navi apparvero davanti a Ceuta, l’effetto fu devastante: decine di vele bianche si stagliarono contro l’orizzonte, annunciando una forza d’invasione che nessuno aveva previsto.

Il 21 agosto 1415 sarebbe passato alla storia. All’alba, i soldati portoghesi sbarcarono sulle spiagge, avanzando tra sabbia e mura sotto una pioggia di frecce. Il re João, nonostante l’età e una ferita alla gamba, rifiutò di restare a bordo e combatté al fianco dei suoi uomini. L’Infante Henrique guidò personalmente un gruppo di assalto, aprendo una breccia decisiva nelle difese. Dopo ore di combattimento, il governatore merinide fuggì con parte delle truppe, e la bandiera portoghese venne issata sulle mura della città.

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Ceuta era caduta. In un solo giorno, il Portogallo aveva messo piede sul continente africano e aperto il primo capitolo del suo futuro impero.

La presa e l’impatto immediato

Quando le mura di Ceuta cedettero, il rumore delle spade lasciò spazio al silenzio e alla sorpresa. La città era caduta in meno di un giorno: un’impresa straordinaria, quasi incredibile per l’epoca. Le perdite portoghesi furono relativamente contenute, ma l’operazione aveva comportato un enorme sforzo logistico: flotte, viveri, cavalli, armi e mesi di preparativi che avevano prosciugato le casse del regno.

Sul castello principale, i soldati issarono la bandiera di Lisbona, decorata con le quinas e il castello dorato. Quel vessillo divenne il simbolo della nuova era e rimase così radicato nella memoria locale che, ancora oggi, la bandiera di Ceuta riprende lo stesso disegno, a testimoniare il suo passato portoghese.

La conquista di Ceuta fu molto più di un successo militare: segnò l’inizio dell’espansione portoghese oltremare. Da quella roccaforte africana, il Portogallo poteva controllare le rotte tra l’Atlantico e il Mediterraneo e aprire nuove vie commerciali verso il Sud. Allo stesso tempo, la città serviva da baluardo cristiano nel Maghreb, una base militare permanente in territorio musulmano che dava prestigio e fiducia a un regno pronto a guardare oltre i suoi confini.

Ma mantenere Ceuta si rivelò presto un’impresa più difficile che conquistarla. I costi di approvvigionamento erano altissimi, la guarnigione viveva isolata e gli assedi non tardarono ad arrivare: nel 1418 e nel 1419, le forze merinidi tentarono più volte di riconquistare la città. Per gestire la nuova realtà, Lisbona istituì la Casa de Ceuta, un organismo incaricato di organizzare le spedizioni, i rifornimenti e la difesa del presidio africano.

Tuttavia, con il passare degli anni, Ceuta divenne un fardello pesante. Le risorse portoghesi si consumavano tra assedi, malattie e difficoltà logistiche. Un cronista del tempo la definì amaramente «um grande sorvedouro de gente de nossa terra, de armas e de dinheiro» — un enorme inghiottitore di uomini, armi e denaro.

Eppure, nonostante le difficoltà, il sogno di espansione non si fermò lì. Anzi, proprio dalle lezioni apprese a Ceuta nacque la visione marittima che avrebbe portato i portoghesi verso Madeira, le Azzorre e, infine, oltre l’oceano.

Il declino della sovranità portoghese su Ceuta e il passaggio alla Spagna

Per più di due secoli Ceuta rimase una roccaforte portoghese in terra africana, simbolo di prestigio ma anche di resistenza. Quando, nel 1580, il trono del Portogallo passò sotto la corona spagnola con la nascita della dinastia Filipina, la città continuò a essere amministrata come possesso portoghese, mantenendo la propria identità e il proprio legame con Lisbona, nonostante la nuova unione dei due regni sotto un unico sovrano.

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Tutto cambiò nel 1640, con la Restauração: il Portogallo riconquistò la sua indipendenza e rifiutò il dominio di Madrid. Ma Ceuta, isolata e circondata da territori musulmani, prese una decisione diversa. Fedeli ai re della dinastia Filipina, i suoi abitanti giurarono lealtà alla Spagna, scegliendo di rimanere sotto la protezione di Madrid anziché rischiare un nuovo isolamento politico e militare.

Quella scelta segnò una frattura definitiva. Dopo anni di tensioni, il Trattato di Lisbona del 1668 riconobbe ufficialmente che Ceuta restava alla Spagna, sancendo la perdita definitiva del primo avamposto africano del Portogallo. Era la fine di un ciclo iniziato con la gloria del 1415: da città simbolo dell’espansione lusitana, Ceuta divenne enclave spagnola in Africa, una realtà unica nel panorama geopolitico europeo.

Oggi, la sua posizione continua a evocare quella storia complessa. Ceuta rimane una città europea in territorio africano, separata dal Marocco da una linea di confine che è al tempo stesso geografica, culturale e simbolica. Le sue mura portano ancora i segni del passato portoghese, visibili nello stemma cittadino e nei tratti dell’architettura, ma la sua identità è ormai intrecciata con quella spagnola.


Eredità e riflessioni

La conquista di Ceuta fu il punto di partenza dell’impero portoghese. Da quella piccola città fortificata prese forma l’idea di navigare oltre l’orizzonte, di cercare nuove rotte, nuovi mondi e nuove opportunità. Senza Ceuta, probabilmente, non ci sarebbero state le esplorazioni di Madeira, le Azzorre o le coste africane, né le grandi scoperte che seguirono.

Ma Ceuta non rappresenta soltanto l’inizio di un viaggio verso occidente. È anche la testimonianza di un’altra direzione dell’espansione portoghese: verso sud, verso l’Africa e il Mediterraneo, un “oltre-mare” più vicino ma altrettanto decisivo. La città riassume in sé la duplice anima della penisola iberica: l’impulso marittimo del Portogallo e la proiezione mediterranea della Spagna.

Oggi Ceuta vive come città autonoma spagnola, circondata dal mare e dalla frontiera marocchina, luogo di passaggio, di mescolanza e di tensione. È il retaggio tangibile di un passato in cui l’Europa si proiettava oltre se stessa, e in cui un piccolo regno come il Portogallo osò, per la prima volta, sbarcare in Africa e cambiare il corso della storia.

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