Avec, Sava, Tuga, Portos, Guesh: chi sono davvero?

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Avec, Sava, Tuga, Portos, Guesh: chi sono davvero?

Nel corso degli anni, la comunità portoghese in Francia e i suoi discendenti hanno accumulato una serie di soprannomi – avec, sava, tuga, portos, guesh – che raccontano molto più di quanto sembri. Sono etichette nate tra migrazione, identità ibrida, linguaggi misti e ironia sociale. Alcuni termini sono diffusi in Francia, altri solo in Portogallo, e la loro percezione cambia radicalmente da una sponda all’altra: ciò che a Parigi può sembrare una battuta affettuosa, a Lisbona può essere interpretato come un insulto vecchio di decenni.


Perché esistono questi soprannomi?

La loro esistenza è il risultato di un lungo percorso storico e sociolinguistico. La grande ondata migratoria verso la Francia, avviata negli anni ’60 sotto la dittatura di Salazar, portò centinaia di migliaia di portoghesi a stabilirsi a Parigi, nella banlieue e nei grandi centri industriali. Erano perlopiù lavoratori con scarse qualifiche, impiegati in edilizia, pulizie, servizi e come portinai: figure che contribuirono a creare un immaginario collettivo facilmente riconoscibile.

In questo contesto sono nati i primi soprannomi, spesso usati dai francesi per definire la comunità portoghese, ma rapidamente rielaborati dagli stessi lusodescendenti. È qui che appare la forza dell’identità ibrida franco-portoghese: tra due culture, due lingue e due modi di vivere, i figli e i nipoti dei primi emigrati hanno trasformato gli stereotipi in autoironia, mentre i portoghesi rimasti in patria hanno mantenuto uno sguardo più rigido e critico.


Prima e seconda generazione: due mondi diversi

La differenza fondamentale tra i vari soprannomi è legata alle generazioni. La prima generazione di emigranti – quella degli anni ’60 e ’70 – porta lo stigma dell’emigrazione povera, del lavoro duro e del portoghese poco istruito. È soprattutto verso di loro che nasce il termine avec, spesso usato in Portogallo con un tono dispregiativo, per prendere in giro chi torna d’estate parlando un misto di frasi francesi e portoghesi.

La seconda generazione, invece, è vista diversamente: sono i “figli degli emigranti”, nati e cresciuti in Francia, con un’identità meno legata al Portogallo tradizionale e più influenzata dalla cultura urbana francese. Da qui nasce sava, una versione più morbida, e altri termini come portos o guesh, molto diffusi nelle banlieue e quasi sconosciuti in Portogallo.

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Cliché e stereotipi che resistono

Ogni soprannome porta con sé un cliché: l’accento esagerato, il “frantuguês”, lo stile di vita della banlieue, la famiglia che torna in agosto con l’auto carica fino al tetto. Sono immagini semplificate ma radicate, ripetute nei media, nell’umorismo e nei social network, e spesso fraintese tra chi vive in Francia e chi non ha mai lasciato il Portogallo.

Questi soprannomi, quindi, non sono semplici parole: sono strumenti attraverso cui due paesi osservano la stessa comunità da prospettive molto diverse. Da un lato l’orgoglio e l’autoironia dei lusodescendenti; dall’altro lo sguardo critico o nostalgico di chi è rimasto in patria.

“Avec” – il soprannome più duro

Tra tutti i soprannomi, avec è senza dubbio il più tagliente. Nasce da un gioco di parole semplice: in portoghese avec dovrebbe essere com, e la trasformazione in “con” lo rende un insulto mascherato da francesismo. In Portogallo, avec è usato per indicare i portoghesi emigrati in Francia che tornano d’agosto, spesso caricati di cliché: parlano un portoghese incerto mescolato al francese (frantuguês), vestono in modo percepito come “kitsch”, e mostrano un atteggiamento considerato arrogante o esibizionista.
Questo termine, nato negli anni ’60, è sopravvissuto per oltre mezzo secolo perché racchiude, in una sola parola, lo sguardo critico – e talvolta ingiusto – dei portoghesi rimasti in patria verso chi è partito e poi ritorna.


“Sava” – la versione più soft

Sava nasce come diminutivo ironico del classico “ça va?”. A differenza di avec, non riguarda la generazione storica dell’emigrazione, ma i loro figli: i lusodescendenti nati e cresciuti in Francia. È un soprannome più indulgente, usato in Portogallo con maggiore simpatia.
L’idea di fondo è che questi giovani “non hanno colpa”: non parlano perfettamente il portoghese perché non ci sono cresciuti, e la loro identità è inevitabilmente mista. Per questo, quando un “sava” si esprime in frantuguês, i portoghesi tendono a perdonarlo più facilmente rispetto a un “avec”.


“Tuga” – il soprannome tornato di moda

Tuga è un termine ormai diffusissimo e spesso affettuoso. Deriva da portuga, a sua volta abbreviazione popolare di português. È un soprannome antico, ma ha conosciuto un grande rilancio durante l’Euro 2004, quando i media e la cultura pop lo hanno associato all’orgoglio nazionale.
C’è chi lo usa con naturalezza e affetto – una sorta di “noi portoghesi” in versione moderna – e chi lo considera un termine forzato, quasi un’etichetta inventata a tavolino. Rimane, in ogni caso, uno dei soprannomi più condivisi e meno controversi.

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“Portos” (o “Tos”) – il soprannome della banlieue

In Francia, portos – spesso accorciato in tos – nasce nello slang della banlieue, accanto ad altri soprannomi comunitari come ritals, reubeus o renois. L’associazione con il vino Porto oppure con il moschettiere Porthos rende il termine immediatamente riconoscibile e, tutto sommato, neutro.
Per molti lusodescendenti, essere chiamati portos è quasi una prova numerica: la comunità portoghese è grande, visibile, e quindi “merita” un soprannome. In Portogallo, invece, questa parola non significa nulla: non viene usata e spesso non viene nemmeno compresa.


“Guesh” – il portoghese con accento banlieue

Guesh è forse il soprannome più legato all’ambiente urbano francese. Nasce dalla pronuncia francese di portuguech, che con il tempo diventa guesh, perfetto per rimare con wesh, tipico saluto della banlieue.
Questo termine identifica soprattutto i giovani lusodescendenti, spesso figli della seconda o terza generazione, che parlano uno slang misto e hanno un’identità molto fluida: un piede in Portogallo, l’altro nei quartieri popolari francesi. Portano con sé sarcasmo, autoironia e un linguaggio che a Lisbona nessuno riconoscerebbe: in Portogallo, infatti, la parola guesh non ha alcun significato.

Uso dei soprannomi in Portogallo vs Francia

L’uso dei soprannomi cambia profondamente a seconda del lato della frontiera. In Francia, molti termini – portos, guesh, tuga – circolano soprattutto tra giovani lusodescendenti che li utilizzano con autoironia, come parte della loro identità ibrida. Il tono è più leggero, spesso giocoso: ridere di sé diventa un modo per sentirsi parte di un gruppo.

In Portogallo, invece, la percezione è quasi opposta. Termini come avec o sava vengono caricati di una sfumatura critica, talvolta sprezzante, soprattutto da parte delle generazioni più anziane. Qui il soprannome smette di essere un gioco e diventa un giudizio sociale: chi è emigrato viene visto come quello che “torna solo d’estate”, parla male il portoghese e non conosce più certi codici culturali.

Da questo contrasto nasce anche il conflitto generazionale tra prima e seconda generazione. I genitori, emigrati negli anni ’60 e ’70, portano ancora il peso di una migrazione faticosa e poco valorizzata. I figli, cresciuti in Francia, rispondono con ironia e nuovi linguaggi che in Portogallo non sempre vengono compresi.
Non è raro vedere situazioni in cui la comunità francese ride di un termine o di un video, mentre in Portogallo qualcuno si offende, percependolo come una caricatura poco rispettosa. I commenti online – spesso molto diretti – mostrano questa divisione emotiva tra orgoglio e irritazione.

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Il ruolo dei social e dei comici lusodescendenti

Una parte centrale nella diffusione e normalizzazione di questi soprannomi l’hanno avuta i creatori di contenuti lusodescendenti. Tra i più noti, la coppia di comici Ro & Cut, che per primi hanno trasformato i cliché sugli emigranti in un linguaggio comico condiviso dalla comunità. Le loro parodie – personaggi con accenti ibridi, gesti esasperati, situazioni da banlieue – hanno reso visibile un mondo spesso ignorato dai media tradizionali.

L’umorismo è diventato così un mezzo di auto-rappresentazione: invece di essere raccontati dall’esterno, i lusodescendenti hanno cominciato a raccontare se stessi. Il risultato è un mix di risate e polemiche.
Sui social, infatti, le reazioni sono sempre contrastanti: alcuni si riconoscono e provano orgoglio nel vedere la propria realtà trasformata in comicità, altri si sentono ridotti a caricature.

Un caso emblematico è il film “A Gaiola Dourada”. In Francia è stato accolto come un tributo affettuoso alla storia degli emigranti: molti spettatori hanno parlato di “riconoscimento” e “orgoglio”. In Portogallo, invece, sono emerse critiche più dure: per alcuni il film perpetua stereotipi degli anni ’70, sorvola sull’emigrazione qualificata contemporanea e ripropone un’immagine “vecchia” del portoghese all’estero.
Ancora una volta: la Francia ride, il Portogallo si irrita. Due percezioni, due memorie, due sensibilità diverse.


Identità lusodescendente oggi

Oggi le nuove generazioni continuano a ridefinire cosa significhi essere portoghese, francese o entrambe le cose. Ci sono lusodescendenti che rivendicano con forza il proprio legame con il Portogallo, altri che si sentono soprattutto francesi, altri ancora che vivono serenamente tra le due identità. La doppia nazionalità, più che un documento, è un vissuto quotidiano fatto di lingua mista, tradizioni familiari e appartenenze multiple.

In questo contesto, termini come tuga, portos o guesh non sono solo soprannomi: diventano strumenti per definire un’identità complessa. Alcuni li usano con orgoglio, altri li rifiutano, ma restano parte integrante del linguaggio con cui la comunità si riconosce o si distingue.

Gli stereotipi persistono – dall’accento banlieue al portoghese “rotto”, dalla macchina carica in agosto al ruolo della portaeria – perché sono immagini forti, facili da ricordare, e radicate in un passato migratorio ancora presente nella memoria collettiva.

Il futuro di questi termini dipenderà dalle nuove generazioni: potrebbero rinforzarsi, cambiare significato o sparire del tutto. Ma una cosa è certa: continueranno a raccontare, a modo loro, l’evoluzione della più grande comunità portoghese fuori dal Portogallo.

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