La polemica sul ristorante “La Mafia se sienta a la mesa”: perché Italia e UE vogliono togliere quel nome
Negli ultimi giorni una decisione presa in Spagna ha riacceso una polemica che dura da anni e che coinvolge non solo il mondo della ristorazione, ma anche la politica e le istituzioni europee. L’ufficio spagnolo dei brevetti e dei marchi ha stabilito che il nome della catena di ristoranti “La Mafia se sienta a la mesa” (“La mafia si siede a tavola”) è contrario all’ordine pubblico e al buon costume.
La decisione non arriva all’improvviso. Si tratta infatti dell’ultimo capitolo di una lunga disputa legale tra l’azienda che gestisce il franchising e le istituzioni italiane ed europee, che da anni contestano l’uso della parola “mafia” in un contesto commerciale legato al tempo libero e alla gastronomia.
Secondo la posizione sostenuta dall’Italia e da diverse istituzioni dell’Unione Europea, utilizzare il termine “mafia” per promuovere un ristorante rischia di banalizzare un fenomeno criminale reale, responsabile di migliaia di vittime. Per questo motivo, associare la parola a un’esperienza piacevole come mangiare fuori o passare una serata con amici viene considerato offensivo per chi ha sofferto direttamente le conseguenze della criminalità organizzata.
Dall’altra parte, l’azienda sostiene che il nome non abbia alcuna intenzione di glorificare organizzazioni criminali e che venga percepito dal pubblico come un semplice riferimento culturale all’immaginario cinematografico e letterario legato alla mafia.
Cos’è “La Mafia se sienta a la mesa”
“La Mafia se sienta a la mesa” è una catena di ristoranti nata nei primi anni Duemila a Saragozza, in Spagna. Il progetto nasce con l’idea di proporre un’esperienza gastronomica ispirata alla cucina italiana, combinata con un’estetica fortemente influenzata dall’immaginario italo-americano diffuso dal cinema e dalla cultura pop.
Gli ambienti dei ristoranti, così come il nome stesso del brand, richiamano infatti l’atmosfera dei grandi film sul crimine organizzato, con riferimenti indiretti a opere iconiche della cultura popolare.
Negli anni il marchio ha conosciuto una crescita significativa. Oggi la catena conta più di 100 ristoranti, principalmente in Spagna ma anche in altri paesi europei, tra cui il Portogallo. L’azienda impiega circa 2.200 dipendenti e nel 2025 ha registrato un fatturato superiore ai 130 milioni di euro, con una crescita a doppia cifra rispetto all’anno precedente.
Numeri che mostrano come, al di là delle polemiche, il brand abbia saputo costruire un modello commerciale di successo nel settore della ristorazione tematica.
Un nome che divide: marketing o mancanza di rispetto?
Il punto centrale della controversia riguarda proprio il nome della catena. Per l’azienda si tratta di una scelta di marketing legata a un immaginario culturale molto diffuso. Secondo il gruppo, il termine “mafia” nel contesto del ristorante non viene utilizzato per promuovere o glorificare un’organizzazione criminale, ma come riferimento simbolico a libri, film e opere artistiche che fanno parte della cultura popolare internazionale.
Dal punto di vista delle istituzioni italiane ed europee, però, la questione è molto diversa. La mafia non è un fenomeno storico lontano nel tempo né un semplice elemento narrativo, ma un’organizzazione criminale ancora attiva, responsabile di violenze, traffici illegali e omicidi.
Per questo motivo, secondo questa posizione, utilizzare il termine in un contesto commerciale e conviviale rischia di normalizzare o addirittura romanticizzare una realtà che ha avuto conseguenze drammatiche per molte persone. Ed è proprio su questo principio che si basa la lunga battaglia legale che potrebbe ora costringere la catena a cambiare nome.
La battaglia legale iniziata nel 2015
La disputa tra la catena di ristoranti e le istituzioni europee non è recente. Il caso risale infatti al 2015, quando l’Italia avviò un procedimento presso l’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (EUIPO) per contestare la registrazione del marchio “La Mafia se sienta a la mesa”.
L’azienda aveva infatti presentato una richiesta per registrare ufficialmente il nome come marchio valido in tutta l’Unione Europea. La richiesta fu però contestata dalle autorità italiane, che sostenevano come l’utilizzo della parola “mafia” in un contesto commerciale fosse incompatibile con i valori europei e offensivo nei confronti delle vittime della criminalità organizzata.
La controversia arrivò fino alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che nel 2018 respinse il ricorso dell’azienda. Secondo la sentenza, il nome del ristorante rischiava di trasmettere un’immagine positiva della mafia, associandola a un’esperienza piacevole come quella di sedersi a tavola.
L’ultima decisione della Spagna
A distanza di anni, la questione è tornata di attualità con una nuova decisione presa dall’Ufficio Spagnolo Brevetti e Marchi. L’ente ha stabilito che il nome della catena è contrario all’ordine pubblico e al buon costume, ribadendo di fatto la posizione già espressa dalle istituzioni europee.
L’azienda ha ora la possibilità di presentare ricorso, ma secondo diversi media spagnoli starebbe valutando anche un’altra opzione: cambiare nome al marchio, evitando così di prolungare una controversia che potrebbe danneggiare la sua immagine.
Nel frattempo, lo studio legale che rappresenta l’Italia ha avviato un nuovo procedimento presso il tribunale commerciale di Barcellona per impedire alla catena di continuare a utilizzare il marchio. Una decisione definitiva potrebbe arrivare nei prossimi mesi.
Un fenomeno diffuso: la “mafia” come brand nel mondo
Il caso di “La Mafia se sienta a la mesa” non è isolato. In Europa e in altre parti del mondo esistono numerosi ristoranti, pizzerie e prodotti commerciali che utilizzano riferimenti alla mafia nei loro nomi o nella loro immagine.
Si tratta di un fenomeno spesso legato al cosiddetto italian sounding, cioè l’uso di elementi stereotipati della cultura italiana per promuovere prodotti o attività commerciali all’estero. In questo contesto, l’immaginario mafioso viene talvolta utilizzato come elemento di marketing, soprattutto perché è diventato familiare al grande pubblico grazie al cinema e alla televisione.
Un ruolo importante in questa diffusione lo hanno avuto opere iconiche come il film Il padrino, che ha contribuito a creare un’immagine romantica e cinematografica della mafia, molto lontana dalla realtà della criminalità organizzata.
Anche in Portogallo esiste questo ristorante
La catena non è presente solo in Spagna. Nel corso degli anni il marchio si è espanso anche in altri paesi europei, tra cui il Portogallo, dove alcuni ristoranti operano con lo stesso nome.
Per molti clienti, si tratta semplicemente di un ristorante italiano di catena, con un menu che propone piatti ispirati alla tradizione gastronomica italiana. Tuttavia, le polemiche legate al nome potrebbero avere conseguenze anche per le sedi presenti all’estero, soprattutto se le decisioni legali dovessero portare a un obbligo di cambiare marchio.
Cambiare nome basterà a chiudere la polemica?
Se la catena decidesse davvero di modificare il proprio nome, si tratterebbe di un passaggio delicato. Un eventuale rebranding potrebbe permettere all’azienda di chiudere una controversia lunga anni, ma allo stesso tempo comporterebbe una revisione dell’identità del marchio costruita finora.
La vicenda, però, solleva anche una questione più ampia che va oltre questo singolo ristorante: fino a che punto è accettabile utilizzare simboli o riferimenti legati alla criminalità nel marketing?
Una domanda che riguarda non solo la ristorazione, ma anche il modo in cui la cultura popolare e il commercio trasformano eventi e fenomeni reali in strumenti di comunicazione e intrattenimento.